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Altri Personaggi

Vista dall'alto di Civitacampomarano

In questa pagina sono raccolti tutti quei personaggi di importanza minore rispetto a Vincenzo Cuoco e Gabriele Pepe, ma che hanno tutti in comune il fatto di essere nati a Civitacampomarano.

stemmaFrancesco Pepe

Nato in Civitacampomarano il 17 febbraio 1684 da Michele e Vittoria Violi, si diede al sacerdozio nella Com­pagnia di Gesù. Uomo di coltura tutt' altro che comune e vivendo a Napoli, ebbe propizie occasioni per entrare nelle grazie del Re Carlo III conqui­statore della corona di Napoli nel 1734, spagnuolo e bigotto. Carlo III, invero, pel suo atavico ed esagerato ascetismo, prese a tenere in gran conto gli ecclesiastici più in vista del suo tempo, quali Alfonso dei Liguori, Matteo Ripa fondatore del Collegio dei Cinesi, il padre Rocco, ed altri.
Del padre, Pepe ebbe stima e confidenza illimitata, e fin dai primi anni soleva consultarlo intimamente non soltanto per la direzione del proprio spirito e pei propri casi di coscienza, ma pure per averne l'opinione e l'indirizzo nelle contingenze più gravi del governo dello Stato, e perfino nelle quotidiane difficoltà della politica ministeriale. Il padre Pepe fu l'« Eminenza grigia » di Palazzo Reale, con questo di superiore al modello francese che il gesuita molisano sapeva rendersi insinuante a Corte e non era altezzoso ed intollerabile fuori, onde forte di un'ascendenza eccezionale sul popolo, raggiunse nella Reggia un alto e palese potere ; ed il Duclos, nel suo « Voyage en Italie » (Paris, 1791); ricorda — che il padre Pepe, « uno dei grandi bricconi della Compagnia » bilanciava l'autorità del re, e « poteva spesso obbligarla a piegare. Egli aveva l'insolenza di Lasciarsi baciare la mano da Don Carlos». Quando nel 1740 con l'editto del 3 febbraio Carlo III « permise « agli Ebrei di dimorare e trafficare nel Regno, accordando loro facoltà « importanti, come di addottorarsi in medicina e chirurgia, aprire « scuole, far contratti, avere schiavi purché non cristiani, e balie cristiane, e cimitero, e immunità da alloggi militari, ed altre franchigie », l'agitazione della popolaglia assunse proporzioni perico­lose, promossa ed alimentata dai banchieri ed usurai indigeni timorosi del minor saggio del capitale rivale, e rafforzata dal clero pensoso più della eventuale diminuzione dei propri lucri che del predominio ed anzi del monopolio cultuale.
Il re debole non osò resistere, e con Legge del 18 settembre 1746 revocò l'editto che puteva di liberalismo e dì neutralità confessionale. Lo Schipa, in proposito, si dichiara sin­ceramente convinto che « più che quegli umori e rumori, agirono sul-« l'animo del re il padre Pepe, fomentatore della plebe e consigliere « del re, e un padre Nobile cappuccino... ».
Il padre Pepe — forse Superiore della casa del Gesù Nuovo in Napoli — con le copiose oblazioni dei fedeli aveva ornato l'altare mag­giore della Chiesa annessa alla medesima, di una grande statua d'ar­gento raffigurante l'Immacolata. Il De La Ville (nella « Napoli nobilissima », IV, 82) narra che il re, essendo andato a visitarla, dicesse al grande gesuita : — La Vergine Immacolata deve essere venerata non solo in chiesa, ma anche in pubblico, all'aperto. — II padre Pepe non volle sentir altro, e si mise all'opera per dare effetto al suggeri­mento del re : così che dopo una fervida propaganda venne eretto nel 1750, conforme il progetto del Genoino, il monumento che oggi an­cora ingombra con la sua mole barocca la Piazza del Gesù. Ecco, infine, il padre Pepe intermediario fra il proprio monarca e il pontefice Benedetto XIV nei concerti che precessero la promulga­zione del R. Editto 17 luglio 1751 contro la massoneria (122): atto che forse venne ispirato dallo stesso Pepe, e fu l'ultimo fra i più im­portanti che l'ebbe negoziatore se non proprio promotore. Parecchie furono le opere di pietà che il padre Pepe condusse a termine, e speciosa la fondazione del Ritiro per donne « pericolanti » intitolalo a S. Raffaele, con casa a S. Efrem Nuovo (123).
Il padre Pepe morì in Napoli il 18 maggio 1759 — tre mesi prima che il Re suo protettore partisse da Napoli per andare in Spagna ad assumervi la corona — e morì in età di non oltre 74 anni. L'egregio L. A. Trotta (124) racconta che il popolo accorse a venerarne la salma, e « Non potendo, come intendeva, strappare alcun brandello delle vesti, o alcuna cosa della spoglia, perché questa fu esposta in una cappella chiusa a cancello di ferro; pigliò il confessionale, il trasse fuori di Chiesa, la scassinò e ruppe, e ciascuno raccolse qualche frammento di quell'arnese e serbò come reliquia.
Il pulpito fu nascosto per salvarlo da quella incomposta devozione. I Sovrani stessi « domandarono ed ebbero una reliquia. Della stanza da lui abitata « doveva farsi una cappella. Della vita e dei miracoli si raccolsero dice ligentemente le memorie, e i documenti furono affidati al .padre « Luigi Salas perché le componesse in libro; ma non andò guari che « avvenne la soppressione dei Gesuiti da Napoli, e le carte si spersero, « e il Salas morì in esilio ». Scrissero del padre Pepe, Pietro degli Onofri dell'Oratorio, l’ab. Francesco Beccattini, il Muratori negli « Annali », il cardinale Capecelatro, ed altri.
Il padre Pepe fu uomo superiore alla media dei contemporanei: visse ed operò nell'orbita della disciplina che aveva prescelta: e profittò dell'ascendente che aveva saputo conquistare sull'animo del re per trarlo ai fini dell'Ordine loyolesco, ed infrenarlo nella via delle riforme. Era gesuita, ed alle teorie e pratiche della scuola di S. Ignazio informò il pensiero, le azioni, la vita. Il Colletta che lo giudica « sostenitore della popolare ignoranza » è fuori strada, dacché non è logico" che un milite dell'asceta iberico potesse essere promotore di cultura e di libertà laiche.

Marcello Pepe

Frequentava il cenacolo della baronessa Cardone - Frangipane, del quale diamo notizia nella monografia di Ca-stelbottaccio nel presente volume; ed in esso recava i fiori d'una nudrita cultura giuridica, storica, e filosofica. Arrestato con gli altri consoci, fu trattenuto per circa due anni nelle carceri di Lucera, donde uscì nel 1797 per battere la via dolo­rosa dell'esilio. La vita d'esilio fu per lui un martirio, non soltanto per dover procurarsi il sostentamento con mezzi meno idonei al suo stato sociale e difformi dalle proprie abitudini, quanto per aver la­sciata in Civita una famiglia abbastanza numerosa ed in condizioni disagiate se non penose addirittura. La fibra di Marcello Pepe restò scossa dalle fitte dei dolori morali di padre e di gentiluomo dedito agli studi, e l'infelice morì in Marsiglia nel luglio del 1799. Da Angelamaria Cuoco — zia di Vincenzo — ebbe quattro figli : Raffaele, Gabriele, Carlo ed Angelamaria che fu madre di Nazario Colaneri triventino.

Carlo Pepe

Fratello di Raffaele e di Gabriele, vide la luce in Civitacampomarano il 19 maggio 1790. Coltivo le belle lettere, e con particolare inclinazione la poesia, dando alle stampe « I Precetti agrarii di Esiodo Ascreo » e il bellissimo « Inno a Delo » di Callimaco : due ottime traduzioni dal greco. Da Carolina Cardone, della famiglia baronale di Castelbottaccio morta due anni appena dalle, nozze, ebbe un sol figlio — Marcello — ben degno della stirpe. Carlo Pepe si spense nel paese nativo il 22 agosto 1849, un mese dopo il fratello illustre.

Michele Cuoco

Fratello di Vincenzo, nacque in Civitacampo­marano nel settembre del 1776. Nel 1810 entrò nella magistratura giudiziaria; e di grado in grado pervenne nel 1848 alla dignità di Con­sigliere della Corte Suprema. Dal ministero reazionario, che sorse dopo i luttuosi fatti del 15 maggio, fu collocato a riposo. Esercitò per varii anni l'ufficio di Governatore degli Incurabili, e di Vicepresidente del Consiglio degli Ospizii. Ebbe in moglie Matilde Cardone, figlia del barone di Castelbottaccio e di Olimpia Frangipane; e morì in Napoli il 4 gennaio 1852.

Raffaele Pepe

Nacque in Civitacampomarano nel 1773 germano di Gabriele e di Carlo. Proclamata la Repubblica a Napoli nel 1799, accorse a iscriversi nelle Legioni provinciali per difendere col braccio il nuovo regime. Gli avvenimenti del 1799 sono noti. La Repubblica fu soffocata dalle orde della S. Fede. Raffaele Pepe, a scampo della vita, avrebbe voluto esulare e raggiungere il padre a Marsiglia; ma non gli riuscì. Pervenne però a rifugiarsi in una grotta sotto il colle di Miradois nei pressi dell'Osservatorio Astronomico, e vi si tenne nascosto per circa tre mesi invidiando alle bestie la luce e la libertà.
Il 5 ottobre, profìttanto della buona amicizia di Fulvio Quici da Trivento, che da Ufficiale doveva condurre una Compagnia di Fucilieri Reali da Napoli a Isernia, si travestì da milite, e giunto in Isernia riparò a Civitanova presso un altro amico — Sante Viani — che lo tennero seco fino a che le ire reazionarie non si furono alquanto calmale. Reduce poi al paese nativo, dove l'esausto patrimonio della fa­miglia richiedeva assidua vigilanza, gli ozi della vita di provincia ven­nero da lui impiegati negli studi agronomici e sociali, nei quali rag­giunse una competenza notoria che gli procurò la nomina a Segretario perpetuo della Società Economica del Molise : ufficio da lui esercitato dal 1810 al 1843. Morì di colera nel 1854, lasciando vedova Maria Giuseppina Cuoco, sorella allo storico illustre.

Marcello Pepe

In Civitacampomarano da Carlo e Carmela Cardone nacque nel 1816. Andato a Napoli a studiarvi legge, si applicò anche agli studi mu­sicali ed essendone appassionatissimo gode l'amicizia e l'intimità del grande Donizzetti, che nel 1835 volle sentire suonata da lui al piano un'aria della « Lucia », a cui erasi applicato con tanto fervore che non riusciva a portarla alla perfezione ch'era nei suoi sogni. Ritiratosi in provincia, fu Sindaco dal 3867 al 1871 del Comune natìo, Consigliere provinciale del Mandamento nello stesso periodo dì tempo, e infine Deputato al Parlamento pel Collegio di Palala dal 1867 al 3882. Contemporaneamente fu Professore di arboricoltura nella R. Scuola Superiore di Ponici per un decennio fino al 3880: e nel 3886 pubblicò pei tipi Marginerà di Napoli un lodalo trattato « Della Coltivazione degli alberi da frutta ».
Ereditò da (Gabriele Pepe, suo zio, la modestia illimitata : ed infatti non fu insignito di Ordini cavallereschi: e nessun Ministro gli apri le porte del Senato, che pur non furono sbarrate all'ingresso di tante nullità del censo e di tanti figli e nepoti di sanfedisti. Egli, dell'oblio, non mosse lamentele : sapeva come va il mondo, e ne sorri­deva fìlosoficamente non senza una punta d'amarezza. Morì in Civitacampomarano il 25 gennaio 1903. Nel 1897 aveva pubblicato, pei tipi Colitti, un volumetto di « Ele­menti biografici relativi al Generale Gabriele Pepe ». Giovanni Olivierl in postumo omaggio di affetto gli dedicò le « Notizie su la vita di Gabriele Pepe » pubblicata pei tipi Colitti in Campobasso nel 1904. Nella storia del risorgimento italiano la famiglia Pepe non è se­conda a quella degli Imbriani e dei Poerio.

Nicola D'Ascanio ed Altri

Notevole fu a Civita la sensibilità alla corrente filosofica vichiana, diffusa da un nutrito nucleo di giovani intellettuali di estrazione genovesiana, fra i quali il sacerdote Attanasio Tozzi e i già citati Francesco Maria Pepe ai cui insegnamenti si formò la gioventù locale che annoverava nomi come Vincenzo Cuoco, Gabriele Pepe, Raffaele Pepe e Nicola D'Ascanio. Quest'ultimo opererà a Civita nella prima metà dell'800, aprendo una scuola alla quale insegnerà, fra il 1837 ed il 1838, anche Gabriele Pepe. Tali personaggi, rappresentando la punta più avanzata e progressista della borghesia molisana, hanno contribuito notevolmente non solo al dibattito storico-culturale dell'epoca, ma soprattutto a creare quel preclaro filone storico-filosofico del riformismo meridionale: preludio all'unità nazionale.

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