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Vincenzo Cuoco

Vincenzo Cuoco

Nato a Civitacampomarano da Michelangelo Cuoco e Colomba De Marinis, si formò alla scuola di Francesco Maria Pepe e del marchese Lemaitre, allievi del Genovesi. Lasciò il paese nel 1787 per intraprendere a Napoli gli studi giuridici sotto l'influenza del Galanti con cui approfondì la conoscenza di Vico e Macchiavelli, conservando sempre i legami famigliari, in particolare col fratello Michele.

Nell'ambiente culturale napoletano conosce ed entra in contatto con intellettuali illuminati del Sud, lo stesso Galanti in una lettera del 4 settembre 1790 al padre Michelangelo, descrive Vincenzo: “capace, di molta abilità e di molto talento”, ma “trascurato” e “indolente”, forse non soddisfatto appieno della collaborazione di Vincenzo alla stesura della sua Descrizione geografica e politica delle Sicilie.

Coinvolto nelle vicende della Repubblica Napoletana del 1799, viene condannato alla confisca dei beni ad un esilio ventennale durante il quale pubblica, a Milano, il famoso Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799, sofferta riflessione sulle cause del fallimento dell'esperienza repubblicana in un tessuto sociale ancora impreparato, anche se di antica cultura e storia, come ebbe modo di ricostruire nella successiva opera del Platone in Italia.
Sempre a Milano, tra il 1802 e il 1804 diresse il Giornale Italiano, dando un'impronta economica di rilievo al periodico e svolgendo una vivace attività pubblicistica, che proseguirà anche a Napoli con la sua collaborazione al Monitore delle Sicilie.

Nel 1806 pubblicò il suo Platone in Italia, originale romanzo utopistico proposto in forma epistolare, e quindi rientrò nella Napoli governata da Giuseppe Bonaparte, ottenendovi importanti incarichi pubblici, prima come Consigliere di Cassazione e poi Direttore del Tesoro, distinguendosi come uno dei più importanti consiglieri del governo di Gioacchino Murat.

In questo ambito prepara nel 1809 un Progetto per l’ordinamento della pubblica istruzione nel Regno di Napoli nel quale l'istruzione pubblica è vista come indispensabile strumento per la formazione di una coscienza nazionale popolare.

Dal 1810 ebbe l'incarico di Capo del Consiglio Provinciale del Molise e durante tale impegno scrisse nel 1812 Viaggio in Molise, opera storico-descrittiva sulla sua regione natale a cui restò legato grazie anche alla stretta parentela con la famiglia Pepe (Gabriele Pepe) presso la quale si conservano ancora suoi scritti e ritratti.

Morì, afflitto da malanni nervosi, il 14 dicembre 1823 a Napoli.

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